I cretini non sono più quelli di una volta ( o Degli oculati criteri con cui scelgo le mie letture)

Dal momento che, almeno nelle intenzioni, ho dato a questo blog un tono libresco, è bene che si sappia una cosa.

Sono una rincoglionita che compra i libri a casaccio. Anzi, no a casaccio, peggio: metto roba nella wishilist di Amazon di cui dimentico l’esistenza dopo mezzo secondo, passano i mesi, mi ritrovo a fare un ordine particolarmente economico e mi dico: “Ma perché non aggiungerci qualcosa che avevo messo in wishlist?”; scorro la wishlist e, pur non riconoscendo nessunissimo titolo e pur essendo assolutamente conscia di quanto sia rincoglionita, decido di fidarmi della Bovarilla di N mesi prima e di scegliere il libro da ordinare basandomi solo sul titolo – tanto hanno tutti il bollino di qualità Bovarilla the precoce arteriosclerotica approved!.

Così mi sono ritrovata tra le mani I cretini non sono più quelli di una volta di Enrico Vaime convintissima che si trattasse di un saggio di satira sociale sulle varie tipologie di cretini che è possibile incontrare in giro oggi confrontate con quelli di una volta.
Invece (ma va?) no: si tratta di una raccolta di racconti autobiografici di Enrico Vaime.
Spero che non mi capiti mai tra le mani la suddetta fantomatica enciclopedia dei cretini perché sono sicura che ci troverei dentro una mia foto e sarebbe la volta buona che vado a scavare una buca alla Caffarella e mi ci sotterro.

Va da sé che non avessi la ben che minima idea di chi accidenti fosse Enrico Vaime. Viene fuori che è una persona interessante, un autore e conduttore televisivo, radiofonico e teatrale e, va da sé, scrittore. Uno che ne ha di belle da raccontare sul mondo dello spettacolo e della cultura italiano, insomma.
Quindi diamo a Cesare quel che è di Cesare: non so in base a cosa, ma i libri li so scegliere. E a voler colpire il cerchio oltre che la botte, il libro è in una certa maniera un’infilata di cretini, uno per capitolo, anche se vengono raccontati non con l’occhio clinico del saggista, ma con quello indulgente e tenero nel suo biasimo dell’uomo che colleziona i propri ricordi.

Ho amato particolarmente il capitolo su Mastronardi.
Racconta Vaime che Lucio Mastronardi era un lavativo fatto e finito. Non sopportava gli ambienti che frequentava, eppure non riusciva a staccarsene anche se Il calzolaio di Vigevano, il suo primo libro, gli aveva dato modo di lavorare in Rai. Continuava a insegnare e i suoi colleghi a scuola erano i principali bersagli dei suoi sbalzi di umore. Provò a strozzare un suo collega perché gli parlava tutti i giorni della sua automobile  e prese a ombrellate un controllore del treno che gli era parso arrogante.

Anche a scuola aveva difficoltà a rimanere tranquillo, spesso su provocazioni che non convincevano mai gli inquisitori scattava. Poi cercava giustificazioni che complicavano il superamento dell’episodio. « Ma non hai visto che piedi piccoli c’ha il maestro Martini?» urlò disperato al direttore che cercava di venire a capo di una rissa, l’ennesima senza ragioni apparenti, comprensibili.
«Perché devo incontrare tutti i giorni questi qui?! Perché?!» si disperava Mastronardi
«E chi vorrebbe incontrare?» gli domandò il direttore. Lucio dopo un attimo di riflessione, rispose «Sandokan!»

Ho letto su Wikipedia che alla fine Lucio si prese a capate pure col direttore.

Anni fa diedi uno schiaffo a una mia collega dopo che sollevò il dilemma Che dici mi conviene fare le exensions alle ciglia? per la settima volta (le avevo contate perché avevo deciso di farla arrivare a dieci prima di dirle che aveva rotto il cazzo. Qualcosa è andato storto).
Più recentemente ho bucato con il mozzicone di sigaretta il Babbo Natale gonfiabile di una profumeria perché la commessa era stata scortese.
Spesso quando si chiacchiera chiedo alle persone di cambiare argomento perché mi stanno annoiando.
Quando vado a dare gli esami mi innervosisco perché mi sovviene quanto sia insensato pagare una balla di soldi per stare davanti a un bietolone compiaciuto di avere il potere di trasformare le persone in pappagalli che ripetono a macchinetta il contenuto di un libro (che spesso è pure stato scritto dal bietolo in questione).
Se passano Jovanotti alla radio cambio stazione, bestemmio sottovoce e comincio a progettare di trasferirmi in Groenlandia.

Enrico Vaime si ritenga libero di consultare questo post per aggiornarsi sulla cretineria odierna.

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Lena Dunham è morta. Viva Lena Dunham!

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Lena Dunham nasce nel 1986 a New York, da padre pittore e madre che fa foto alle case delle bambole e a modelle con gli occhi dipinti sulle palpebre, meritandosi il plauso dell’ambiente artistico americano che dopo gli squali affettati di Damien Hirst e qualsiasi cosa faccia Marina Abramovic pensava di averle viste tutte, e invece.
Frequenta l’Oberlin College, dove studia scrittura creativa, affina la propria mitomania dedicandosi alla body positivity e all’attivismo femminista, e si fa stuprare da un repubblicano, fatto, quest’ultimo, che racconterà nel suo memoir e che causerà un’erronea identificazione dello stupratore che la Dunham impiegherà ben quattro mesi a smentire. Perché comunque pure questo tizio era repubblicano, vuoi mettere che non ha stuprato un’artistoide sovrappeso a caso pure lui?

Nel 2010 dirige Tiny Forniture, un lungometraggio che racconta la storia della figlia di una fotografa di case delle bambole che non sa bene come affrontare l’età adulta.

Nel 2012 debutta la serie Girls, da lei scritta e interpretata, che narra le vicende di un gruppo di ragazze che non sanno bene come affrontare l’età adulta. In cotanto affresco generazionale, la Dunham ci offre diversi primi piani di vagine pelose, fa passare la voglia di visitare New York e arriva a convincere il genere femminile che Adam Driver sia guardabile per più di dieci minuti di fila senza avere un’emorragia cerebrale.
Questo taglio avanguardistico suscita le invidie del mondo dello spettacolo e le causa accuse di razzismo per non avere inserito nemmeno un primo piano di una vagina afroamericana. Al che la Dunham risponde inserendo nella seconda stagione un nero, atto che viene criticato in quanto visto come contentino paternalistico e in quanto Donald Glover non tiene una vagina e i liberal sono incontentabili.
La serie viene conclusa nel 2017 con il personaggio interpretato da Lena Dunham che dà alla luce un bambino di colore. Nessuno ha avuto niente da ridire, chapeau.

Nel 2014 pubblica Not That Kind of Girl, memoir che assurge all’onore delle cronache, oltre per il fatto di aver fatto rinchiudere in casa un uomo innocente per quattro mesi al fine di sfuggire al linciaggio mediatico e non, anche per il capitolo in cui la Dunham racconta spensierata le molestie sessuali che infliggeva per gioco alla sorella minore Grace.

Dal 2015 conduce Women of the Hour, un podcast tutto al femminile prodotto da Buzzfeed. In uno degli episodi dichiara: «Non ho mai abortito, ma vorrei averlo fatto», un po’ per combattere lo stigma dell’aborto e un po’ perché con Girls che arrivava al capolinea aveva tanto tempo libero si vede.

Con la serie che l’aveva portata al successo ormai alle spalle, Lena Dunham continua a dedicarsi strenuamente all’attivismo femminista. Su Twitter.
Famoso il suo tweet di quest’estate in cui affermava che le donne non mentono mai a proposito delle violenze sessuali subite.

A novembre, l’attrice Aurora Perrineau accusa di stupro lo sceneggiatore di Girls Murray Miller. Lena Dunham la accusa di mentire e il mondo dello spettacolo l’addenta alla carotide e la lascia moribonda a sgolarsi su Twitter negandole l’invito alla cerimonia di premiazione dei Golden Globes.
Così ci lascia Lena Dunham, scrittrice, attrice, regista, attivista per i diritti di donne, uomini, gay, trans, nomi, cose e città senza che nessuno di questi glielo avesse chiesto; libera pensatrice che è riuscita a liberare l’etica dei principi dal gravoso peso dell’etica delle responsabilità predicando il politicamente corretto, e che ha mangiato una fetta di torta nuda sul cesso in diretta nazionale per difendere il diritto di tutte noi donne ad avere il diabete mellito di tipo 2.

La piangono Jack Antonoff (ma non troppo in quanto che l’ha scaricata a Dicembre), Taylor Swift che dovrà trovare una nuova amica bruttina con cui farsi le foto su Instagram per mantenere la sua immagine di ragazza semplice e alla mano mentre si scrocia con le colleghe in privato, e tutte le donne occidentali frigide e sovrappeso.

Le esequie sono state celebrate sul red carpet dei Golden Globes dalle prefiche del movimento Time’s Up, le quali hanno deciso di raccogliere l’eredità moralista della Dunham e di portarla a un step successivo, dimostrando che anche le strapagate fregne atomiche di Hollywood sono fragili vittime del patriarcato.